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  Gabriele DeStefano
Pittore, scultore, scenografo nasce a Reggio Calabria nel 1936.
Vive tra Roma ed il Brasile in Amazzonia dove, ha trascorso gli ultimi vent'anni.
Sin dagli anni '60 la sua arte ottiene grande consenso e riconoscimento.
Tra le sue prestigiose partecipazioni e collaborazioni vi è l'esposizione nel 1974 con Andy Warhol a Palazzo dei Diamanti di Ferrara e la cura delle scene e dei costumi di molti spettacoli di Vittorio Gassman tra cui "Affabulazione" di Pier Paolo Pasolini.
Alla fine degli anni '70 si trasferisce a New York poi a Los Angeles e successivamente in Brasile dove inizia il suo percorso interiore tra le comunità degli Indios Yanomami.


    IL MESSAGGIO DEI SUOI DIPINTI
La voce di Destefano è quella prestata all'umanità dolente che è popolo da sempre smarrita, violata, negata

La dimensione rigorosa che da decenni caratterizza lo scrivere sapiente di Philippe Daverio sembra restituirci la sostanza intima che attiene all'intera opera pittorica di Gabriele Destefano.
"...Si affida al volo di materia che schizza sulla tela, alla franchezza miserabile dei colori industriali. all'effetto scioccante dell'immagine inventata. Conta sulla propria forza istintiva che riassume dal profondo delle viscere le sensazioni digerite dalla propria esistenza, dalla è propria esperienza..." scrive lo storico Mulhouse in occasione dell'ultimo appuntamento espositivo di Gabriele Destefano.
("Tripudio di segnali" alla Galleria PioMonti di Roma) riabilitando oltremodo quel ruolo di "pittura-pittura" che da qualche decennio pare periferico o complementare nell'universo dei linguaggi trasversali. Un ruolo che Destefano non ha mai avallato come condizione predestinata del suo incedere ma alimentandolo quotidianamente - e in progress - di indizi, umori, osservazioni che sono segmenti rinnovabili della propria essenza di uomo e di artista.
Ci piace pensare, dinanzi ai grandi dipinti di Destefano, alla rivelazione originaria del "genius loci", a quella condizione di benevola mistura all'interno della quale le devianze del luogo -soprattutto quello evocato - sembrano incalzare la dimensione di uno sguardo finalmente privo dell'inflessibilità retinica.
Gabriele Destefano è uomo e luogo sconfinato, crocevia di storie trasmesse e di "guerriglie" presenti, di pause rigonfie di timori e di occhi meno distensivi. Lui ha attraversato - e continua a farlo - i ripensamenti della Storia col dinamismo e la fisicità del viaggio inteso come osservazione, indagine, ipotesi.
E poi ce la pittura, "lingua nativa", a raccogliere gli aliti che albergano nelle foschie, il vocio nei cortili di polvere, i bagliori lunari, il risveglio degli innocenti ai margini del nostro silenzio.
Uno, cento, mille segmenti come minute stazioni di transito in cui sostare appena con l'occhio lungo e il cuore colmo di benevolenza per tutto ciò che è umanità sanguigna, per gli ultimi, per le offese o per le ombre.
A questo mondo - a questo luogo -probabilmente appartiene Destefano pittore, a quella sana diversità che è piega celata nel bivacco comune, nell'universalità dell'inganno, nell'offesa della memoria. E allora la voce - la sua voce - è quella prestata all'umanità dolente che è popolo da sempre, smarrita, violata, negata. E allora è voce di bagliori, di cadmio acerbo, di vermiglio assordante, di biacche abbaglianti. Perché tutto sia finalmente più nitido, più chiaro, tra i cento e i mille segmenti di una Storia, che di solito non ha voce. E colore.

di Rocco Zani (to be magazine)



    caro Gabriele!

Ti conosco appena e da poco tempo. Precisamente ci siamo incontrati per la prima volta mercoledì 19 maggio 2004. Eppure oso darti del tu, a distanza, perché essendo entrato nella tua caverna degna di Ali Babà, da qualche parte nel quartiere Trieste a Roma, guardando il ventaglio delle tue tele circondato dalla presenza profumata, o piuttosto odorifera, dei tuoi personaggi sfuggiti dalla foresta amazzonica e da te trasportati nella Città eterna, immediatamente ho sentito tra noi nascere una fraterna complicità; sì, il sentimento di appartenere ad una stessa famiglia che ignora i visti, i passaporti, le frontiere; e soprattutto la certezza condivisa che l'arte deve essere una nuova Bibbia al servizio della vita, la bella vita multicolore, frusciante del canto dei pappagalli, delle grida voluttuose delle donne inseguite nella giungla verde dallo sguardo folle di uomini in trance. In un attimo ho avvertito che tu eri un pittore-stregone e fiero di esserlo, un artista ubriaco di amore per quelle e quelli che fortunatamente non ci somigliano, quegli Indios Yanomami sempre all'ascolto degli alberi, dei fiori e delle sorgenti. Tu sei meticcio: nato a Reggio Calabria in Italia (che cosa importa la data, il tempo non ha nulla a che vedere con l'arte ...) ma divenuto altro, immerso in profondità all'interno di quel Brasile grande come tutta l'Europa e avendo ricevuto laggiù un battesimo pagano che cancella le stimmate di un mondo, il nostro, macchiato dalla paura del peccato mortale, dall'odio del sesso stellato della donna che ci hanno trasmesso i preti...
Nessuno può capirti meglio di me perché ho avuto la stessa fortuna di ritrovare la libertà del mio corpo e dei miei occhi nella luce delle Cicladi, e in Africa e poi frequentando i pittori del vudù a Haìti (Saint-Soleil): identica ondata di colori, stessa febbre che scuote le tele e le rende cosmiche, identica impressione di assistere da un quadro all'altro ad un terremoto benefico, di ascoltare la polifonia delle piante e degli insetti in una natura ancora vergine, in un mondo animista dove il Dio Pan parla portoghese e ne tira sempre i fili.
Per contrasto, uscendo dal tuo studio, felice, colmo, ho ripensato, alzando le spalle, a quelle miserabili installazioni dette concettuali che ingombrano oggi gallerie e musei, divenute anche in Francia una sorta di arte ufficiale. Tu sai, questi cumuli di sabbia o di spazzatura che sovente incoronano alcune penne di gallo o ancora un frigorifero arrugginito, questa pseudo arte che si crede e si vuole up to date e che non è, noi lo sappiamo bene, che la tetra celebrazione della morte. Del nulla. Ho allora detto al mio amico Massimo Riposati che mi accompagnava e a cui devo di averti conosciuto: "Gabriele Destefano è l'ambasciatore della vita tropicale. Esattamente come all'inizio del XX secolo i Picasso, Braque e Matisse sono andati a cercare nuova linfa tra i Dogon in Africa, Gabriele, il pittore meticcio, torna a noi dal Brasile con le bandiere di una nuova libertà ed io sono certo, generoso come io sento che lui sia, che le farà garrire al vento, a Frascati, in Sicilia e poi ai quattro angoli dell'Europa, gridando la buona novella che contrariamente alle menzogne delle Cassandre della critica, la pittura, la vera e voluttuosa pittura, è tornata per aiutarci a vivere meglio, a respirare più profondamente".

Jean-Marie Drot
           
 
 

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